Franco Nembrini, insegnante, scrittore e divulgatore culturale, ci ha guidati in una riflessione profonda sul significato dell’educazione.
Dal suo intervento è emersa con chiarezza una convinzione semplice e radicale: educare non è un mestiere tra gli altri, ma una vocazione che riguarda la vita intera.
Per Nembrini, educare non significa in primo luogo trasmettere nozioni o imporre regole. L’essenziale è che l’adulto testimoni con la propria vita che vivere è una cosa grande e affascinante, degna di essere presa sul serio.
I ragazzi, infatti, non si lasciano convincere dalle parole: osservano, giudicano e capiscono subito se chi hanno davanti vive davvero ciò che propone. Senza una testimonianza autentica, ogni discorso educativo resta vuoto.
I primi soggetti dell’educazione, dunque, non sono i giovani – che portano già nel cuore un desiderio smisurato di verità e di felicità – ma gli adulti, chiamati a interrogarsi su quale speranza sanno comunicare.
Ai ragazzi non bastano richiami al dovere o obiettivi funzionali: ciò che li muove è la proposta di un orizzonte grande, bello, capace di suscitare attrattiva. Cultura, ricerca del senso, passione per la vita: solo ciò che appare degno di essere vissuto può far vibrare il cuore di un giovane.
Libertà e dialogo
L’educazione è un incontro tra libertà: quella del ragazzo, che ha bisogno di spazio per scegliere – e persino per sbagliare – e quella dell’adulto, che accompagna senza soffocare né controllare.
Educare, quindi, non è esercizio di potere, ma di responsabilità, dialogo e fiducia reciproca.
Speranza da condividere
Una delle grandi emergenze educative, secondo Nembrini, è il vuoto di speranza. Molti giovani crescono senza adulti capaci di mostrare un futuro credibile.
Ecco perché educare significa, innanzitutto, testimoniare la speranza: non con parole sulla paura, ma con la vita stessa di chi non ha smesso di credere, di desiderare, di attendere qualcosa di grande.
Le sfide di oggi
Oggi educare è reso difficile da diversi fattori: la scarsità di adulti significativi come punti di riferimento, l’ansia da prestazione scolastica, l’individualismo diffuso, il rischio di ridurre la realtà a qualcosa di comodo, superficiale e privo di fascino.
Per aiutarci a comprendere meglio queste dinamiche, Nembrini ci ha invitati a tornare al romanzo di Collodi, Pinocchio. Nella parabola del burattino che diventa asino, l’autore mostra il destino di chi cede alla superficialità e al desiderio di vivere senza fatica. Ma proprio lì, in quel “raglio”, rimane un grido umano, una domanda di verità e di compimento che non può essere soffocata.
Il compito dell’educatore, allora, è riconoscere quel grido nascosto anche nei fallimenti e nei limiti dei ragazzi, dare ascolto al desiderio che si esprime talvolta in forme storte o dolorose, e offrirgli uno spazio in cui possa fiorire.
