Adolescenza, una sfida entusiasmante

L’adolescenza non è soltanto una fase di crescita: è una profonda  ridefinizione delle relazioni

C’è un momento preciso, spesso silenzioso, in cui accade. Il figlio che fino a poco prima cercava contatto e vicinanza comincia a prendere distanza. La porta della sua stanza si chiude, ma il gesto vale molto più dello spazio fisico che delimita: segna un cambiamento di equilibrio. Non sei più il centro del suo mondo. Per molti genitori è un passaggio destabilizzante. In un contesto come quello italiano, fatto di figli pochi, attesi e spesso unici, l’adolescenza non è soltanto una fase di crescita: è una ridefinizione profonda delle relazioni. Proprio quando l’adulto sente di dover esserci di più, si accorge di contare di meno. È in questa tensione che si inserisce la riflessione di Alberto Pellai che, durante il primo incontro del Progetto “Adolescence”, ha provato a rileggere il ruolo educativo dentro le trasformazioni del presente e a rilanciare una sfida appassionante che inverte il metodo e valorizza parole come attesa, fatica, tempo riconsiderandole alleate fedeli.

Un passaggio che scuote

Quella tra i 10 e i 14 anni non è una semplice transizione. È un riassetto interno potente, che investe emozioni, comportamenti, percezione di sé e degli altri. Pellai usa un’immagine forte: uno “tsunami”. Qualcosa che rompe gli equilibri precedenti e costringe a trovarne di nuovi. Non si tratta di ribellione fine a se stessa. È il risultato di uno sviluppo non lineare: le emozioni accelerano, mentre la capacità di governarle è ancora in costruzione. Da qui reazioni intense, cambi repentini, contraddizioni apparenti. In realtà, è il segno di un sistema che si sta riorganizzando. In questo scenario, il bisogno di spazio diventa inevitabile. Il corpo cambia, le abitudini si trasformano, e la stanza si carica di un significato nuovo: diventa territorio. Quel gesto — chiudere una porta — non è un rifiuto, ma una dichiarazione di autonomia.

Il rischio di proteggere troppo

Di fronte a questo cambiamento, molti adulti reagiscono con apprensione. Non tanto per mancanza di amore, quanto per eccesso di paura. Paura che i figli soffrano, sbaglino, restino indietro. È qui che Pellai introduce una delle sue intuizioni più provocatorie: non tutto ciò che è difficile va eliminato. Una certa dose di imperfezione, di ostacolo, di frustrazione è necessaria. È ciò che permette di costruire competenze reali. Senza attrito non si sviluppa forza. Quando ogni difficoltà viene anticipata o neutralizzata, il messaggio implicito è chiaro: da solo non sei capace. E così, nel tentativo di proteggere, si finisce per indebolire.

Se l’adolescenza è una fase turbolenta, il punto non è evitarla. È capire come starci dentro. La stabilità mentre l’altro oscilla. Per farlo, però, serve una cosa difficile: non lasciarsi contagiare dall’ansia. Un genitore che perde il controllo emotivo non aiuta a ritrovarlo. Al contrario, amplifica il disordine. La vera presenza educativa si gioca nella capacità di restare, di non reagire immediatamente, di aspettare che l’intensità si abbassi. Non è distanza, è una forma diversa di vicinanza.

A rendere tutto più complesso c’è il contesto attuale. Oggi, dietro quella porta chiusa, non c’è solo solitudine o silenzio. C’è un universo digitale che intercetta bisogni, emozioni, relazioni. Lo smartphone non è un semplice oggetto: è un ambiente. E in una fase in cui il cervello è particolarmente sensibile alle gratificazioni immediate, quel mondo diventa estremamente attrattivo.

Il rischio percepito dagli adulti è quello di una sottrazione: il figlio è presente fisicamente, ma altrove con la mente. Tuttavia, limitarsi a proibire non basta. Serve costruire alternative credibili, esperienze reali che restituiscano valore al contatto diretto.

Un augurio

Dopo aver descritto le difficoltà, Pellai è stato invitato a lasciare un augurio ai ragazzi. La risposta è stata essenziale: non evitare la fatica. È da qui che tutto si ricompone. Perché in quelle parole c’è un ribaltamento culturale: la crescita non passa dall’eliminazione delle difficoltà, ma dall’attraversamento. La vita, in questa prospettiva, non diventa significativa quando è facile, ma quando permette di scoprire dentro di sé le risorse per affrontarla. È un cambio di sguardo netto: non proteggere da tutto, ma accompagnare dentro le esperienze. Non inseguire modelli esterni, ma costruire solidità interna. L’augurio si sviluppa lungo una linea precisa: avere pazienza. Accettare che il tempo della crescita non è immediato, che ciò che oggi appare faticoso può avere un senso che si chiarirà dopo. Significa anche rinunciare alle scorciatoie: evitare di anestetizzare le emozioni, di aggirare le difficoltà, di tirarsi indietro quando qualcosa mette alla prova. C’è poi un invito concreto, quasi corporeo: stare nella realtà. Uscire, incontrare, fare esperienza. Perché è nel contatto con il mondo che si costruisce identità.

Quelle parole, pur rivolte ai ragazzi, chiamano in causa anche gli adulti. Perché sostenere davvero questo percorso implica accettare una quota di incertezza, rinunciare al controllo totale, tollerare l’errore. Significa restare presenti senza invadere. Essere un punto fermo, anche quando non si è più il punto centrale. Alla fine, ciò che resta non è una tecnica educativa, ma una posizione esistenziale: scegliere ciò che fa crescere, anche quando è più faticoso. Per sé e per i propri figli. E forse è proprio questo il senso più profondo di quell’augurio: non rendere la strada più semplice, ma diventare capaci di percorrerla.

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